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Dai filtri alla realtà: è ora di usare Instagram in maniera più consapevole

filtri

Lo scandalo dei Facebook Papers ha riempito il dibattito pubblico per qualche manciata di giorni, per poi finire archiviato nelle innumerevoli questioni che perdoniamo ai giganti del tech.


I giornalisti del Wall Street Journal sono infatti entrati in possesso di una ricerca commissionata internamente da Meta (il nuovo nome di Facebook, che ha acquistato Instagram per un miliardo di dollari nel 2010), e che mostra come la società sia consapevole degli effetti sulla psiche dei giovani utenti, soprattutto in relazione alla percezione del proprio corpo. Ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare, pensieri suicidi: una lunga lista di effetti collaterali, del tempo che trascorriamo a guardare ammirati un feed dove scorrono immagini sempre più falsificate e manipolate degli stessi utenti che le pubblicano.

Mi esibisco, quindi sono

L’atteggiamento di Zuckerberg – capace di applicare i filtri bellezza anche ai dati – non ci ha
sorpresi poi più di tanto: è evidente a chiunque utilizzi Instagram che l’algoritmo ne suggerisce un uso distorsivo, in cui la condivisione è in realtà una proiezione spettacolarizzata. Come scritto di recente da Walter Siti su Domani, c’è una preparazione all’incontro in società (sia essa reale o virtuale), in cui dall’apparire del corpo deriva la reputazione (nella duplice versione di uno sguardo lanciato per strada o dei numeri di follower). Ma quanto possiamo considerarci ancora proprietari del nostro viso nell’era dei like e dei reel?

Il canone, dalla preistoria a oggi

Che il ritocco sia misurato e nascosto, oppure accettato come prassi tramite l’uso dei filtri nelle stories, questa preparazione segue delle linee guida particolarmente stringenti per il genere femminile: gli occhi da cerbiatto, gli zigomi alti, le labbra carnose e il corpo a clessidra, solo alcuni di quelli che sono diventati i canoni contemporanei.


È sufficiente sfogliare qualche Taschen per realizzare che la storia dell’arte, e quindi del bello, è storia della trasformazione dei canoni, applicati tanto all’oggetto naturale quanto al corpo femminile. Dalla Venere (si pensi a Botticelli o al Tiziano) alle varie Maya e Olimpia, la
raffigurazione della bellezza femminile non si è discostata troppo dalla celebrazione della fertilità già presente nei reperti paleolitici (con evidenti eccezioni al canone, come i fianchi stretti privilegiati da Diego Velázquez).


Allo stesso modo, il cinema ha sviluppato una propria estetica della figura del femminile che è stata in grado di coniugare l’androginismo di Marlene Dietrich con la generosità delle forme di Marylin Monroe. Gli esempi di simili evoluzioni ed eccezioni sono innumerevoli e non è possibile fornire un quadro esaustivo: ed è esattamente questo il punto.
Il canone è un prodotto storico, frutto dell’imposizione di un gusto attraverso la moltiplicazione di una forma, facilitata dai mezzi di comunicazione di massa e dalla storia.

Per un uso consapevole (e “diverso”) di Instagram

Perciò che cosa stiamo davvero facendo quando decidiamo di usare i filtri e ritoccare le nostre foto? Stiamo lasciando all’algoritmo e alle passerelle la facoltà di decidere il senso del bello, subordinando persino le raffigurazioni artistiche all’ideologia del consumo.
Ma la cultura della proiezione spettacolarizzata è solo uno dei tanti intrecci possibili tra storia e società: non è l’esito necessario dell’uso di Instagram, ma uno dei tanti modi di utilizzarlo per dipingere un mondo diverso da quello attuale che, per l’imposizione dei canoni contemporanei non ci soddisfa.
Il filosofo Theodor Adorno aveva già intuito che

i pericoli dell’industria culturale si celano proprio nell’imitazione passiva in uno stato di distrazione.

I filtri bellezza sono la merce standardizzata di un linguaggio estetico scelto da altri, o ereditato, e che decidiamo consapevolmente di accettare, a costo del rifiuto di noi stessi. Ma Adorno era anche un teorico dell’estetica, consapevole che

accorgersi del bello è un’esperienza privilegiata, in cui si supera il blocco soggettivo per incontrare l’altro e riconoscerlo come tale.

Tutto quello che i filtri non ci permettono di fare: cogliere il bello esattamente nella sua diversità.

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