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Transizione digitale: l’importanza di reclutare competenze diverse

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Ogni fase storica, porta con sé un bagaglio di parole chiave che ci aiutano a identificare, con chiarezza, un’epoca. Di questi tempi, non ci sorprenderà concentrarci su un elemento del lessico rituale degli ultimi governi: accanto a transizione e sostenibilità è, immancabile, il digitale.

Il governo Draghi, del resto, ha programmaticamente inserito il digitale per parlare di lavoro, di ambiente, di investimenti e, più in generale, del posizionamento del nostro paese in un mondo interconnesso.  E anche se di sicurezza si è a lungo parlato durante la pandemia, esistono innumerevoli altre fonti di crisi tipiche della contemporaneità, oscurate da altri focus: la cybersicurezza è uno di questi fattori e, in quanto tale, uno dei crucci di un governo che si incarichi di gestire le situazioni emergenziali.

Si intuisce perciò che “digitale” è un contenitore abbastanza ampio da contenere questioni molto diverse tra loro: oltre alla protezione dei dati, c’è ad esempio il problema della global tax e quello meno evidente, ma discriminante, della digital literacy. Perciò tutte le volte che, anche abusandone, si parla di “transizione digitale”, si deve tenere conto che la definizione assume in sé una serie di derivazioni di significato e, perciò, pacchetti di riforme e interventi diversi. Per questo parlare e comunicare bene la transizione digitale è una necessità, e un punto che espone Palazzo Chigi a un duplice rischio, esemplificato dalla presentazione della Strategia Cloud Italia di questo settembre.

Ministeri e riforme: comunicare l’innovazione

Sappiamo che tra i più urgenti interventi del governo Draghi è stata la nomina, a marzo 2021, di Vittorio Colao a Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, due tra gli obiettivi strategici del PNRR (invece il Dipartimento per la trasformazione digitale, coordinato da Mauro Minenna, era già nato con Dpcm del 19 giugno 2019). Il dicastero senza portafoglio avrebbe natura trasversale: dovrebbe quindi dialogare con tutti gli altri, e in forma privilegiata con la Pubblica Amministrazione e la Sanità. I risultati in termini di digitalizzazione della PA sono già tangibili e la presenza digitale del Ministero si distingue per consapevolezza e accessibilità, dai canali social a un sito facilmente fruibile. Tra le conquiste più recenti, l’annuncio della definizione, appunto, della Strategia Cloud Italia, e cioè di un’architettura solida per la classificazione dei dati e dei cloud service providers in sintonia con le direttive europee in materia.

Ora, è apprezzabile che un’istituzione governativa si sia posta il problema di raccontare la purpose e il funzionamento del nuovo Ministero, anche per rispondere a quella che Franco Gabrielli (sottosegretario alla Sicurezza) chiama la “polifonia di giudizi” espressi da chi non è competente in materia. Nella Conferenza è stata annunciata la nascita dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e sono state illustrate le sfide del cloud computing: si tratta di questioni di autonomia tecnologica, controllo sui dati e resilienza delle infrastrutture, a cui una partnership pubblico-privato potrebbe adeguatamente rispondere. In linea di massima, il resto della conferenza stampa va avanti con acronimi e concetti ragionevolmente incomprensibili ai più e con l’auspicio di chiamare a raccolta giovani brillanti e competenti in materia.

Cloud Italia: tattica o strategia?

I non detti e le lacune restano, inevitabilmente, troppi. Innanzitutto, c’è il problema di riuscire ad armonizzare strategia e tattica. Genericamente, la strategia è volta a perseguire nel medio-lungo periodo obiettivi specifici ordinati secondo un criterio di priorità: si tratta di partire da una situazione di fatto e orientare il comportamento verso una sua desiderata modifica. La tattica è, invece, il modo in cui la strategia si dispiega a seconda della circostanza strutturale: è una tappa nel percorso. Michel De Certeau, autore del classico sociologico L’invenzione del quotidiano, ci aiuta a tracciare questa distinzione: per «strategia» l’autore intende il «calcolo dei rapporti di forza che diviene possibile a partire dal momento in cui un soggetto di volontà e di potere è isolabile in un ambiente». Questo significa che la strategia Cloud è impropriamente definita tale, perché il luogo che le è proprio non è isolabile rispetto all’esteriorità distinta della più generale transizione digitale. Al contrario, il Cloud rappresenta uno dei tanti calcoli che abitano il più generale viaggio verso la digitalizzazione: in quanto tattica, invece, «si insinua, in modo frammentario», come partita con cui ci si gioca con un vantaggio contingente, cioè quello della domanda di sicurezza creata dalla minaccia concreta alla cybersicurezza nazionale.

Per guidare la transizione digitale serve un “fattore umano”

Tenere presente questa distinzione è essenziale per spiegare ai cittadini la rilevanza della tattica come passaggio nella traiettoria verso il fine strategico condiviso. Significa giustificarne l’esistenza, soprattutto quando la nozione di “protezione” diventa così inafferrabile anche a chi ha qualche base di digital literacy. Questo ci conduce direttamente alla seconda criticità del progetto verso la transizione digitale: il rischio dello specialismo. Il Ministero si è impegnato in operazioni consistenti di recruitment (“Lavora con noi” è, contrariamente ad altri ministeri, in prima pagina sul sito dedicato), e il fondo “Repubblica Digitale” è stato stanziato per iniziative di formazione digitale e superamento del digital divide: 250 milioni di euro per raggiungere l’obiettivo entro il 2026.

Proteggere i dati è un lavoro da specialisti, proteggere da una digitalizzazione inconsapevole lo è altrettanto, ma la natura e il profilo di questi lavoratori deve essere diverso.

Esiste un  fattore umano che si dispiega su una scala collettiva e temporalmente profonda. Se la disruption digitale è stata repentina rispetto ai tempi lunghi della storia, dare significato agli eventi è un processo che richiede una sedimentazione più duratura, sotto la guida di un’interpretazione  che le scienze dure non possono garantire Il senso del rischio, che un Cloud più sicuro vuole scongiurare, è ontologicamente connaturato all’umano: lì dove la rivoluzione cibernetica destruttura, l’umanesimo riconnette.

Lì dove sembra che l’uomo corra dietro l’innovazione delle tecnologie, i filosofi, gli artisti, i classicisti, anticipano i processi, e orientano la percezione consentendoci di assimilarla.

Ed è un posizionamento tattico, quello di guardare agli specialisti dell’umano, che il mercato del lavoro, sia pubblico che privato, non dovrebbe dimenticare, nella transizione verso l’artificiale.



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