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Siamo davvero disposti a rinunciare allo smart working?

smart working

La YOLO Economy è l’economia del “si vive una volta sola”, l’economia che invita a rischiare, fare una nuova scelta di vita seguendo veramente i nostri sogni e i nostri interessi. Perché dobbiamo ammetterlo: la pandemia ha cambiato le nostre priorità.

Abbiamo avuto un anno per valutare la nostra vita e decidere se era veramente così che volevamo vivere. Spesso, la risposta è stata no. Così abbiamo tirato fuori i nostri sogni nel cassetto.

E allora nel 2020, l’anno in cui tutto sembrava perduto, sono stati fatti investimenti in startup per 569 milioni di euro. Inoltre, secondo i dati di VC Hub Italia ed EY: “nonostante la crisi, il 58% delle startup ha aumentato il personale, il 32% ha registrato un incremento della domanda e il 27% una crescita dei ricavi”.

Tutto questo dimostra che la voglia di indipendenza è sicuramente cresciuta e che il valore del tempo che ormai avevamo perduto è rientrato in maniera dirompente nelle nostre vite. Ma che impatto ha avuto questa “piccola” rivoluzione su chi ha scelto di continuare a lavorare da dipendente?

Anche il lavoro dipendente non è più lo stesso

Non siamo più disposti ad accettare qualunque richiesta dai nostri datori di lavoro ed è per questo che il 41% dei lavoratori nel mondo sta valutando di licenziarsi, il 46% vuole trasferirsi nella speranza di poter continuare a lavorare da remoto ed il 39% sta pensando seriamente di licenziarsi se la propria azienda non si dimostrasse flessibile al lavoro da remoto.

Secondo un articolo di Bloomberg che sta scatenando polemiche ma soprattutto riflessioni, ci sono dipendenti che preferiscono licenziarsi piuttosto che dire addio allo smart working.
I motivi principali che spingono le persone a non voler abbandonare il lavoro da casa sono sicuramente il risparmio di tempo e denaro.

Non è tutto oro quello che luccica

Ma è anche vero che lo smart working non ha solo aspetti positivi.

In questo periodo infatti, sono aumentati i meeting e le call. Ogni dipendente ha utilizzato il 10% in più del suo tempo in conferenze virtuali e è la giornata lavorativa è più lunga: secondo i dati infatti quasi tutti hanno lavorato 4 ore in più alla settimana. Per non parlare del fatto che si “stacca” molto meno, anche a causa dei messaggi e delle mail che continuano ad arrivare anche a pranzo e a cena.

Ma il vero problema, quello maggiormente sentito dai dipendenti è sicuramente legato alla socializzazione. Il lavoro da casa infatti tende a far uscire le persone molto meno e i contatti esterni sono nettamente diminuiti.

A questo problema però, molti think tank hanno già risposto con la proposta di creare dei veri e propri co-working per smart worker, luoghi ibridi in cui i lavoratori possono a pochi minuti dalle loro case andare per lavorare in smart working senza perdere la parte sociale del lavoro. Ma sono le aziende, alla fine, a dover capire se investire in questa tipologia di progetti o meno.

Cosa stanno facendo le grandi aziende?

Con il progresso della campagna vaccinale, le aziende si stanno scontrando con una situazione imprevista: da un lato, la voglia di ripristinare la “normalità” passata, dall’altro le richieste di chi quella normalità non la vuole più.


Se da un lato infatti ci sono aziende che stanno optando per un ritorno in sede, dall’altro ci sono realtà come Atlassian, Coinbase, Dropbox, Spotify e Facebook che sono favorevoli a una politica di smart working perenne. Forti dei grandi benefici economici che questa scelta porterà e della consapevolezza che avere lavoratori più felici porterà vantaggi anche al loro lavoro.

Non tutti però sono d’accordo e infatti la maggior parte delle società sta optando per politiche di smart working ibrido, in cui ci sia più flessibilità, ma sempre con l’idea che la produttività in sede sia migliore.

Apple, per esempio, è stata travolta da un vortice di polemiche a inizio giugno proprio perché il suo CEO, Tim Cook, aveva una lettera ai dipendenti in cui chiedeva di tornare in ufficio il lunedì, il martedì e il giovedì a partire da settembre. Nonostante la maggior parte dei lavoratori dell’azienda possa inoltre optare per due settimane aggiuntive all’anno di smart working, la notizia di dover tornare non è piaciuta a molti che sono subito corsi ai ripari, chiedendo maggiore flessibilità. Alla fine, la decisione dei vertici è stata rimandata a data da destinarsi, dato che per sicurezza gli uffici non riapriranno almeno fino a gennaio.

Anche Microsoft, dopo aver incentivato il lavoro da casa lo scorso anno ha recentemente condotto una ricerca che mostra quanto sia importante mantenere il lavoro in formato ibrido. Per questo ha deciso che opererà con alcuni dipendenti in loco e altri in remoto. La società ha però sottolineato quanto sarà importante fornire ai propri lavoratori gli strumenti giusti, visto che anche il lavoro da casa e soprattutto le videochiamate consecutive generano stress e diminuiscono la produttività.

Per il lavoro ibrido hanno optato anche Siemens, LogMeIn e Amazon.

Insomma, ad oggi la “new reality” è solo all’inizio e il futuro dello smart working è ancora tutto da scoprire!

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